Ero
sceso a Capriva e mi ero avviato nella mattina settembrina tepida e
solare verso San Lorenzo. Non avevo fretta d'arrivare: avevo
piuttosto gioia di tutta quella grande pace che si modulava giù dai
colli e si stendeva quasi attardandosi per la piana e poi, al di là
dell'Isonzo, risaliva le groppe fulve del Carso; avevo gioia di
quella luce stupita come l'occhio ridente di un bambino, e di
quell'aria così fresca eppure ancora sapida di sole e di serenità
estive. Per la provinciale passava ogni tanto un automezzo e la
romba del motore, per un momento, segnava il silenzio azzurrino come
di una striscia oscura. Poi il silenzio tornava limpido e uniforme.
Uno scoppio festoso di fucilate, cui la lontananza e la grande aria
avevano messo la sordina, mi faceva alzare il capo e sorridere come
a un amicale richiamo. Voci di gente che non vedevo, colorivano
l'aria ferma dandole qualche vibrazione rapida che subito si
spegneva.
Il Canin a tramontana era già brizzolato della prima neve, e
Capriva si crogiolava nella sua insenatura tra i colli, lieta
dell'ultimo calore della terra. San Lorenzo avanti a me pareva
ridere nel sole radente del mattino...